Addio a Yayoi Kusama, l’artista che ha trasformato le sue opere d’arte in moda
Yayoi Kusama è morta il 14 agosto 2026 a Tokyo, all’età di 97 anni. La notizia è stata resa pubblica soltanto oggi. Una vita interamente consacrata alla creazione, fino agli ultimi giorni. È impossibile pensare a lei senza ricordare i pois, le zucche, gli specchi. Ma davanti alla notizia della sua morte, c’è un altro elemento che merita di essere ricordato: la moda.

Artista, performer, scrittrice e visionaria, Kusama ha costruito uno degli immaginari più riconoscibili dell’arte contemporanea. E lo ha fatto molto prima che Instagram trasformasse le immagini immersive in un fenomeno globale. I suoi pois, però, non sono rimasti sulle tele: sono finiti sui vestiti, sulle borse, sulle scarpe, sui cosmetici e, soprattutto, hanno conquistato la moda di lusso.
Prima dell’icona
Nata a Matsumoto, in Giappone, nel 1929, Yayoi Kusama comincia a disegnare da bambina, raccontando di aver avuto fin dall’infanzia esperienze visive e allucinazioni che entreranno progressivamente nel suo linguaggio artistico. Il punto e la ripetizione diventano una sorta di grammatica personale. Nel 1957 si trasferisce negli Stati Uniti. A New York entra in contatto con l’avanguardia e sviluppa le Infinity Nets, tele ricoperte da migliaia di piccoli segni ripetuti, apparentemente senza un inizio né una fine. Da lì in poi il suo universo si espande: pittura, scultura, performance, film, letteratura, installazioni. E moda.
Yayoi Kusama stilista
La contaminazione con la moda non nasce però con una maison del lusso. Non tutti sanno che Yayoi Kusama aveva già fondato una propria società di moda a New York nel 1968, la Kusama Fashion Company Ltd., vendendo capi d’avanguardia anche attraverso il “Kusama Corner” da Bloomingdale’s.
I suoi abiti erano tutt’altro che convenzionali. Tagli cut-out, forme pensate per lasciare scoperta la pelle, stampe e (ovviamente) pois trasformavano il corpo in una superficie artistica. Le sfilate diventavano happening e i vestiti parte integrante delle sue performance. In alcuni casi gli abiti potevano essere indossati contemporaneamente da più persone, mettendo in discussione anche l’idea stessa di silhouette individuale. La moda, insomma, era un altro modo per portare la sua ossessione per la ripetizione direttamente sul corpo.
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La moda prima dell’algoritmo
Guardando oggi quelle immagini, c’è qualcosa di sorprendentemente contemporaneo. Corpi ricoperti di pois, abiti provocatori, performance, fotografie pensate per stupire: sembra quasi un linguaggio costruito per i social. Yayoi Kusama lo faceva negli anni Sessanta.
Il corpo diventava una tela, il vestito un’estensione dell’opera e la performance un modo per cancellare i confini tra arte, moda e vita quotidiana. Un concetto che oggi sembra familiare, ma che allora era decisamente radicale.
E c’è persino un capitolo nuziale: nel 1968 Kusama realizzò un abito da sposa per un matrimonio tra due uomini, trasformando ancora una volta la moda in uno strumento performativo e provocatorio.
Louis Vuitton, il sodalizio che ha fatto storia
Poi è arrivato Louis Vuitton. Ed è qui che il rapporto tra Yayoi Kusama e la moda è diventato globale. L’incontro con Marc Jacobs, allora direttore creativo della maison, risale al 2006, quando l’artista personalizzò una Louis Vuitton Ellipse Bag con i suoi celebri pois. Sei anni dopo sarebbe arrivata la prima vera capsule, lanciata nel 2012.
Pois rossi su fondo bianco, gialli e neri, bianchi e neri: il motivo di Kusama invade borse, abiti, trench, scarpe, occhiali e gioielli. La collaborazione comprendeva anche pigiami di seta e una serie di accessori, mentre le vetrine delle boutique Louis Vuitton in tutto il mondo venivano trasformate in gigantesche installazioni dell’artista. Il Monogram si incontra con l’iconografia di Kusama e diventa immediatamente riconoscibile anche per chi non frequenta musei e gallerie.
Dieci anni dopo, i pois tornano sulle iconiche borse

Il sodalizio non si è fermato al 2012. Nel 2023 Louis Vuitton e Yayoi Kusama sono tornati a collaborare con una collezione ancora più ampia. Questa volta i pois hanno conquistato praticamente tutto: borse, prêt-à-porter uomo e donna, scarpe, accessori, valigeria, bauli e persino profumi. Non è più semplicemente una stampa applicata a un prodotto: è l’universo di Kusama che invade l’oggetto.
Una collaborazione perfettamente in linea con la strategia di Louis Vuitton di trasformare la pelletteria in un punto d’incontro tra arte e moda, ma anche con la capacità di Kusama di rendere immediatamente riconoscibile qualsiasi superficie. Su Lookdavip vi avevamo raccontato proprio la contaminazione e le mega installazioni in Piazza San Babila: Louis Vuitton, nuovo look a Milano: Yayoi Kusama tra arte, moda e pois
Dai cosmetici alle borse: Kusama non ha mai avuto paura di contaminarsi
Louis Vuitton non è stato l’unico nome della moda e del beauty ad aver incrociato il percorso dell’istrionica artista. Nel 2011 Yayoi Kusama ha collaborato con Lancôme, decorando sei edizioni limitate dei Juicy Tubes con i suoi caratteristici pois. Ancora una volta, il motivo artistico passa dalla tela a un oggetto quotidiano e diventa accessorio.
La sua estetica ha così attraversato categorie molto diverse: dalla moda al beauty, dalle borse agli oggetti di design, mantenendo sempre la stessa grammatica fatta di ripetizione, colori saturi e forme ipnotiche. È proprio questa capacità di essere immediatamente riconoscibile a spiegare perché Kusama sia diventata una delle artiste più facilmente traducibili nel linguaggio della moda.
Scomparire dentro l’immagine

Ma cosa raccontano davvero quei pois? Per Yayoi Kusama il punto non è soltanto decorazione. La ripetizione ossessiva diventa uno strumento per mettere in discussione il rapporto tra corpo, spazio e identità. L’artista ha parlato di “self-obliteration”, la dissoluzione del sé attraverso la proliferazione del motivo. Lo stesso principio torna nelle Infinity Mirror Rooms, dove specchi, luci e riflessi moltiplicano lo spazio fino a far perdere al visitatore i propri riferimenti. Il corpo entra nell’opera. E, in un certo senso, scompare dentro di essa.
È una ricerca nata decenni prima dell’epoca delle esperienze immersive, ma oggi appare quasi profetica. Le stanze di Kusama sono diventate tra i luoghi più fotografati dell’arte contemporanea proprio perché trasformano chi le visita in parte dell’immagine.
La ripetizione prima del feed
C’è qualcosa di quasi profetico anche nel modo in cui Yayoi Kusama ha utilizzato la ripetizione. Viviamo immersi in immagini che scorrono una dopo l’altra, costruite per essere riconosciute in pochi secondi. Kusama fa quasi l’opposto: prende un elemento semplicissimo e lo ripete fino a saturare lo sguardo. Milioni di punti possono diventare un ambiente.
È questa la forza del suo lavoro: un linguaggio semplicissimo da riconoscere, ma impossibile da esaurire.
La zucca, il simbolo pop

E poi c’è lei: la zucca. Gialla, rossa, nera, ricoperta di pois, con quella forma bombata diventata uno dei simboli più amati dell’universo Kusama. Come le borse Louis Vuitton, anche le zucche hanno dimostrato quanto il suo immaginario potesse uscire dai musei e diventare cultura pop.
Yayoi Kusama riesce a creare immagini che si riconoscono immediatamente, ma che dietro l’apparente semplicità nascondono una ricerca molto più complessa.
Yayoi Kusama, un’icona che non appartiene a un’epoca
Forse è proprio questa la ragione per cui di lei si continuerà a parlare al presente. Ha attraversato l’avanguardia newyorkese, la performance, la Pop Art, il minimalismo, l’arte immersiva e infine la moda globale senza lasciarsi imprigionare da una sola categoria. Ha portato i pois sulle tele e poi sui vestiti. Li ha trasferiti sul corpo, sulle borse, sulle vetrine delle boutique e sugli oggetti di beauty.
Ha trasformato una forma elementare in una firma impossibile da confondere. E oggi, mentre il mondo della moda e dell’arte saluta una delle sue figure più eccentriche e riconoscibili, resta una certezza: i pois di Yayoi Kusama non finiscono mai.